La tradizione religiosa ha di fatto realizzato una fusione tra Satana e un’altra figura angelica conosciuta con il nome di Lucifero.
Questo termine significa “Portatore di luce” e deriva dal latino lucifer (composto da lux, “luce”, e ferre, “portare”) e dal greco phosphoros (phos, “luce”, e pherein, “portare”); viene usato spesso per definire il pianeta Venere, che compare all’alba anticipando così la luce del giorno.
In realtà questo abbinamento è giustificato solo quando è inserito nella definizione completa di “astro del mattino”, perché negli altri casi il termine richiama un non meglio identificato corpo celeste splendente.
Nella tradizione popolare con questo termine generalmente s’intende un ipotetico essere incorporeo e luminoso di natura eminentemente maligna, anzi viene addirittura spesso indicato come il capo dei demoni, il signore degli inferi in cui giacciono i dannati, ed è in questa accezione che in parte del giudaismo e del cristianesimo viene assimilato alla figura di Satana.
Questa sostanziale identificazione deriverebbe da tradizioni giudaico-cristiane che forniscono un’interpretazione Continua »
La Bibbia ci racconta la creazione dell’uomo in due momenti diversi e ci presenta le due modalità con le quali “Dio” è intervenuto fornendocene una duplice descrizione.
I due interventi paiono totalmente diversi e sono all’apparenza talmente incompatibili che l’esegesi tradizionale li attribuisce a due tradizioni diverse, riconoscendo una sorta di contrasto insanabile tra i vari redattori anticotestamentari.
Le due diverse tradizioni vengono identificate dal modo in cui gli autori chiamano “Dio”: in Genesi 1,26 si usa il termine generico Elohìm, mentre in Genesi 2,7 l’atto viene attribuito in modo specifico a Yahwèh. Nel primo caso la
narrazione riferisce infatti che gli Elohìm decidono di fare l’adàm “a loro immagine e somiglianza” mentre nel secondo si precisa che Yahwèh ha usato “l’argilla” insufflandovi “l’alito della vita”.
Si parla quindi di diverse tradizioni, supponendo che gli autori che fanno capo all’una o all’altra abbiano operato in assoluta autonomia riportando racconti antichi, caratterizzati da origini diverse e dunque comprensibilmente non Continua »
L’autenticità del presunto ossario del “fratello” di Gesù rimane avvolta nel mistero dopo che un tribunale di Gerusalemme ha assolto Oded Golan, un collezionista privato israeliano accusato di contraffazione.
La corte ha dichiarato che non ci sono prove di falsificazione, e che l’accusa non è riuscita a dimostrare le imputazioni oltre ogni ragionevole dubbio.
L’autenticità del cosiddetto “ossario di Giacomo” probabilmente “continuerà ad essere studiata in ambito archeologico e scientifico, e il tempo ci dirà”, ha sentenziato la Corte.
Il giudice Aharon Farkash ha dichiarato non colpevole Golan per tutte le imputazioni di falso. Oltre all’ossario, che reca l’iscrizione “Giacomo figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”, erano oggetto di indagine diversi altri manufatti, tra cui gli ostraka “Three Shekels” e “Widow’s Plea” e la tavoletta di Ioas (Jehoash).
Mentre tutte le accuse di rilievo sono cadute per mancanza di prove, altre sono cadute in prescrizione. Tuttavia, Golan è stato dichiarato colpevole per commercio di oggetti antichi senza permesso e per un’altra accusa minore.
La storia dell’ossario comincia nel 2002 quando Golan, sostenuto dal noto studioso francese di testi antichi Andre Lemaire, scopre che sul lato di un ossario è incisa la scritta “Giacomo figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”.
Giacomo, che si credeva essere stato lapidato a morte nel 62 d.C., è menzionato nei Vangeli come il fratello di Gesù. Continua »
Zaccaria è inserito nel novero dei cosiddetti “Profeti minori”, una definizione motivata esclusivamente dalle dimensioni dei testi che a loro sono attribuiti: non si tratta quindi di una valutazione di ordine qualitativo.
D’altra parte non potrebbe esserlo, perché una lettura attenta e comparata dei Vangeli attesta che il profeta Gesù ha condotto gran parte della sua predicazione proprio sulle dottrine di questi suoi predecessori che sono da lui citati abbondantemente.
Zaccaria – il cui nome significa “Yahweh si è ricordato” – appartiene, con Aggeo e Malachia, al gruppo di profeti dell’epoca persiana: la sua attività in effetti si svolge alla fine del VI secolo a.C.
Nel libro a lui attribuito, il profeta racconta in prima persona le “visioni” che ha avuto e che possiamo così sintetizzare:
• l’essere sul cavallo baio, di cui abbiamo parlato nel capitolo dedicato ai malakhìm (Zc 1,7-17);
• quattro corna e quattro fabbri (artigiani) (Zc 2,1-4);
• un uomo con una cordicella per misurare la città di Gerusalemme (Zc 2,5-17);
• purificazione del sacerdote e promessa a Zorobabele circa la ricostruzione del Tempio (Zc 3,1-10 e 4,6b-10);
• il candelabro con i due ulivi (Zc 4,1-6 e 10b-14);
• la meghillàh (rotolo) e l’efàh volanti (Zc 5,1-11);
• quattro carri volanti tra due montagne di rame (Zc 6,1-15).
Prenderemo in considerazione gli ultimi due blocchi, perché sono particolarmente significativi in relazione a quanto stiamo esaminando. Possiamo innanzitutto escludere che quanto leggeremo sia frutto di un sogno, di una visione onirica o qualcosa di simile perché il profeta poco prima (Zc 4,1) precisa: «Tornò il malàkh parlante con me e svegliò me come uomo che viene svegliato dal sonno suo».
Con questa precisazione – che ci assicura che il profeta era sicuramente ben sveglio! – andiamo a esaminare Zaccaria 5,1-11.
Tratto da “Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia” di Mauro Biglino, lo trovi QUI.